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Luce e colore nel Perugino

Il Perugino è riconosciuto per l’uso distintivo della luce e del colore nelle sue opere. Questi elementi hanno giocato un ruolo centrale nel definire il suo stile artistico e nell'elevare la sua arte a un livello universale. La luce che Pietro Vannucci rubò a Piero della Francesca era una luce zenitale, totalmente presente sulla superficie pittorica senza alcuna indicazione di provenienza o di destinazione. Una luce che è in sé per sé, capace solo di manifestarsi senza manifestare il trascorrere del tempo. Quasi fosse sempre ed esclusivamente mezzogiorno! Si tratta di una luce a valenza surreale o iperreale che incede nella scena pittorica come una protagonista e non come una comparsa secondaria né come uno strumento di esaltazione di altre figure o, nella sua rappresentazione negativa, come ombra, di privazione di rilievo. Perugino sfruttava la luce in modo da conferire profondità e atmosfera alle sue composizioni. La sua capacità di modulare le varie sfumature della luce era evidente nella sua abilità nel rappresentare la luce naturale, spesso dipingendo paesaggi luminosi e chiari che irradiavano una sensazione di pace e tranquillità. “Ombra mai fu” scrisse Georg Friedrich Handel nell’aria iniziale dell’opera Serse ed ombra mai fu nella luce di Piero o nei cieli del Perugino, totalmente pieni di luminosi, aerei ma fermi, celesti. Sotto il cielo che Perugino rubò a Piero della Francesca, sotto quel cielo Raffaello collocò le sue madonne, costruendo piramidi di bellezza, non algidamente ma sensualmente rese, attraverso il roseo incarnato dei volti e della pelle morbida e luminosa dei bambin Gesù e dei San Giovannini. Inoltre, il Perugino fu un maestro nell'uso del colore. La sua tavolozza era ricca di tonalità morbide e armoniose che contribuivano a definire l'atmosfera delle sue opere. Utilizzava colori tenui e luminosi, spesso arricchiti da tonalità di blu, verde e rosa pastello, che conferivano profondità e vibrante realismo ai suoi dipinti. La sua capacità di miscelare sapientemente i colori e di creare sfumature tonali contribuiva a dare vita alle sue opere, enfatizzando la bellezza delle figure e dei paesaggi rappresentati. A conferma John Ruskin, nel suo Ariadne Fiorentina del 1876, affermava: «… Nel Perugino […] semplicemente non c’è tenebra, nessun errore. Qualsiasi colore risulta seducente, e tutto lo spazio è luce. Il mondo, l’universo appare divino: ogni tristezza rientra nell’armonia generale; ogni malinconia, nella pace».

Scritto da Giuseppe Simone Modeo

Giovane Collezionista, è laureato in Economia con una tesi sul legame tra Marketing ed Estetica. Si occupa, principalmente, del rapporto tra economia e creatività, intervistando personaggi del mondo dell'arte.