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Mehrkens e Michelangelo

Nell'intento di dare forma a quella che Michelangelo riteneva poter divenire la sua “opera magna”, la tomba di Giulio II, egli pensò e creò sei schiavi, enormi figure maschili che dovevano sorreggere la trabeazione del primo piano del sepolcro. V'erano tutti gli elementi concettuali affinché Michelangelo si sentisse totalmente coinvolto nell'opera: l'attenzione al furor estrattivo da applicare alla pietra per tirar fuori le potenti figure; il passaggio alla storia del pontefice che più ha inciso sulla sua vita artistica e sulle arti ad esso contemporanee ed infine lo spazio concettuale, assoluto ed infinito della morte. Dei tre elementi concettuali che avrebbero composto l'opera completa, oggi possiamo percepire ed apprezzare soltanto il primo: il furore e la tensione.

La critica ottocentesca definì gli schiavi marmorei "prigioni". Tale definizione ben si attaglia alla serie delle sei sculture, quattro incomplete e due sommariamente finite. Di quelle incomplete che destano meraviglia nell'atrio dell'Accademia fiorentina, prima della magnifica sede del David, oggi ammiriamo la fatica esistenziale dell'emergere, del diventare individuo, del differenziarsi; in poche parole di vivere la perenne tensione tra assumere e perdere identità, intendere la vita come staccarsi dalla inerte e pesante sostanza dell'essere e la morte come un ritorno all'indifferenziata materia. I Prigioni fiorentini esprimono fortemente l'angoscia ed i turbamenti esistenziali e metafisici di Michelangelo. Egli riteneva l'uomo costretto a vivere una vita breve e dolorosa oltre la quale si prospettava il giudizio terribile: il difficile godimento e la più probabile sofferenza eterna.

In questa umanità l'artista, nella visione di Michelangelo, occupava un posto di preminenza; egli affidando la propria mano alla guida dello Spirito divino riusciva a far partorire la pietra, a far uscire la figura che Dio aveva posto dentro essa e che l'artista aveva saputo intravedere e far nascere.

Chi erano gli schiavi, i prigioni dell'epoca di Michelangelo?

Lo schiavo era l'uomo! Sì, l'uomo rinascimentale, quell'uomo che per altri artisti cronologicamente vicini a Michelangelo, riusciva a governare il microcosmo, per il Nostro, lungi dall'essere faber fortunae suae, egli era diviso tra l'etica politica e la predominante e schiacciante tensione religiosa. L'uomo era schiavo di Dio avrebbe detto, secoli più tardi, il filosofo Friedrich Nietzsche, quando annunciava al mondo “la morte di Dio”.

Klaus Karl Mehrkens si chiede invece chi sono i prigioni di oggi e a tale domanda risponde con 20 ritratti di donne limitate, ostacolate, violentate non dalla pietra ma da una società infantilisticamente maschilista e prepotentemente coercitiva.

Mehrkens con il suo segno deciso, con la sua potente cromia e con una inconsueta capacità di sintesi raffigura una galleria di donne prigioniere di noi tutti. Tra di esse Virginia Woolf, Nina Simone, Jacqueline Roque, Norma Bâtes, Albertine Simonet, Frida Kahlo, Lucy, Signorina Kores, Rosa Luxemburg, Angela Devis, Yoko Ono, Venere di Willendorf, Maria de’ Medici, Murasaki Shikubu, Romy Scheineder, Rosalin Franklin, Gertrude (Virginia de Leyva), Soraya Esfandiary Bakhtiari.

Forse oggi Michelangelo avrebbe pensato a loro, al loro sofferto ed avvilito tentativo di emergere alla vita piena dei diritti e delle possibilità, per definire e descrivere i nostri contemporanei "prigioni”.

Scritto da Giuseppe Simone Modeo

Giovane Collezionista, è laureato in Economia con una tesi sul legame tra Marketing ed Estetica. Si occupa, principalmente, del rapporto tra economia e creatività, intervistando personaggi del mondo dell'arte.