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L'opera più profonda e straniante di Van Gogh

Questa per me è l’opera più profonda e straniante di Van Gogh. Una chiesa e più propriamente una cattedrale gotica campeggia al centro della tela, occupandone gran parte della superficie. È un edificio di incerta stabilità architettonica; la fluidità della pittura e la velocità della pennellata lo rendono instabile o forse lo fanno apparire come un miraggio non ancora concretizzato. La chiesa comunque è grande ed impone la propria incerta certezza. Essa comunque (e qui risplende il genio dell’artista) è inscritta, stretta, bloccata da due vie, da due carraie che, ineluttabilmente, conducono in posti diversi o forse verso verità diverse.

Grande è la chiesa, piccola la contadina che percorre il tratto anteriore della strada forse per raggiungerla, o forse no! Forse è convinta della scelta di prendere la strada di destra o forse angosciata per non aver scelto quella di sinistra. Chissà… certo e’ che su quella piccola ed umile figura incombe il dramma della scelta ed il pathos della rinuncia. Sovviene qui il pensiero lucido ed illuminante di Søren-Kierkegaard: il filosofo danese intuì che l’angoscia nasce proprio dalla doverosità delle scelte. Ogni scelta rappresenta una nuova possibilità ma ne nega infinite altre. Ogni scelta corrisponde ad una deprivazione di chance, a volte di giovinezza e, spesso, di vita.

Pochi mesi dopo, infatti, Van Gogh, dipingerà l'opera ultima "Campo di grano con volo di corvi". Inaspettatamente la bicromia, quasi simmetrica, giallo-grano ed azzurro-cielo è interrotta dalla rappresentazione di un trivio, la cui parte sinistra è straordinariamente somigliante al bivio della “Chiesa di Auvers”.

Al bivio dell'angoscia, si aggiunge, nel trivio dell'addio, la terza via, la scelta di morire.

Scritto da Giuseppe Simone Modeo

Giovane Collezionista, è laureato in Economia con una tesi sul legame tra Marketing ed Estetica. Si occupa, principalmente, del rapporto tra economia e creatività, intervistando personaggi del mondo dell'arte.


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