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L'arte italiana, dagli anni Sessanta, diviene propriamente una "pratica culturale" mediante cui trattare i caratteri della condizione dell'umanità contemporanea: i nostri conglomerati urbani, distribuiti in complessi metropolitani o paesistici, non possono che mantenere, recuperare, esigere la propria specificità produttiva, al fine di non disperdere la vivibilità funzionale alla gestibilità organizzativa. L'ambiente culturale italiano può allora suggerire la proliferazione accettata di diseguaglianze economiche strutturali, ma non quella, inaccettabile, di scostamenti sociali eticamente derivati o moralmente connotati. Questo precario equilibrio farà le generazioni future, perché è sempre più vera la considerazione amara del diritto nello spazio. L'assunto è un diritto subordinato ai confini della vivibilità, regolato sulle misure dell'ambiente, azionato dalle determinazioni del contesto in cui sorge e solo poi, forse, vige. Si fa sempre più presente la necessità di contare i soggetti che in uno spazio abitino, per poterne sancire l'esercizio possibile dei diritti e dei doveri. Ciò concerne nuove politiche della migrazione, perché tutti siamo esterni in terra ignota e interni in terra conosciuta, ma oggi ci avvertiamo quotidianamente migranti in ambiti altrui: secondo quella liquidità che si fa sempre più problematica da una parte e necessaria dall'altra.
L'arte è figlia e (anche) schiava di tutto ciò. Nel carattere occidentalizzato delle società contemporanee, i beni culturali italiani sono la vita del passato, ma l’arte, la moda, la cultura (con la C maiuscola dei contenuti e con quella minuscola dei modi) rappresentano la produzione della bellezza di oggi, cioè la trattazione estetica del presente, quella di un futuro spesso non ancora bene da museo, oppure in procinto di diventarlo, o comunque diversamente musealizzabile. In Italia, insieme alla città (nobile, signorile, orgogliosamente vissuta), c'è il borgo (spesso antico, isolato, svantaggiato, offeso dal tempo); i borghi italiani incontrano la propria specificità strutturata e gestita: se non per gli svantaggi, i limiti, i difetti, per le caratteristiche attribuite culturalmente, ovvero da scoperta o riscoperta, invenzione, originalità. Il borgo diviene “borgo di/del/della”, certificato per denominazione, alla stregua del prodotto d’eccellenza di un territorio; tale portato nominalistico significa notazione peculiare per cultura, laddove culturale è il processo con il quale si definisce e stabilisce una caratteristica, stringendo legami di contenuto con aspetti del sapere basso o alto, ossia con pesi e maniere che rendono unica o comunque attrattiva quella realtà. Non importa, quindi, se è l’artigianato, la tradizione, la geologia, la ricerca, la scienza, la letteratura, la musica, ecc. a renderla protagonista, ma tutto ciò costituisce una soluzione all’isolamento, fino a regalare nuova vita a quel borgo. I modi in cui tutto questo si realizza trovano compimento in vari livelli dello sviluppo economico, per un’economia quale motore elastico che non riguarda compartimenti stagni del procedere sociale, ma stanze a passaggio in cui avviene circolazione di qualcosa e di qualcuno.
Scritto da Giuseppe Simone Modeo
Giovane Collezionista, è laureato in Economia con una tesi sul legame tra Marketing ed Estetica. Si occupa, principalmente, del rapporto tra economia e creatività, intervistando personaggi del mondo dell'arte.