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Klaus Karl Mehrkens

Nell'accingersi a delineare i caratteri della pittura di Klaus Karl Mehrkens, può risultare utile far riferimento ad una nota biografica.

Dopo essersi diplomato nella città di Berlino, Klaus ha prestato, per qualche anno, servizio come infermiere in una clinica per anziani e per malati terminali. In questa circostanza, molto probabilmente, egli ha sviluppato il senso dell'effimero e del tragico. Gli anziani non possono che rappresentare per l'artista, o comunque per il pensatore, il tempo-vita trascorso ed il tempo-morte che infinitamente ci attende.

Trasdotta tale riflessione sul bianco opaco di una tela, di qualsiasi dimensione, Klaus intende la pittura allo stesso tempo come arte anziana e come malata terminale, ovvero come il portato vivo ma forse stanco, della lunghissima storia che ha accompagnato l' homo sapiens dalla barbarie alla civiltà, o come quell'infinito accogliente e tragico, quella morte atemporale che si prospetta alla vista di chi è al termine della vita.

In un certo senso l'artista è sempre un funambolo che vive tra equilibrio e caos, tra l'appoggio salvifico alla fune e la costante precarietà di una statica incerta.

Da anni, molto si è parlato della morte dell'arte. Giulio Carlo Argan ebbe a ritenere che dopo il 1950 l'arte (riferendosi alla pittura) fosse morta come scienza (rectius: sapienza) europea e di lì a poco il florilegio delle correnti neo espressioniste americane prima e la pop-art dopo, avrebbero sovrapposto il mondo dell'arte e della pittura con quello della fotografia, della serigrafia e di ogni sorta di tecniche a basso coefficiente di contatto diretto e fisico dell'artista con la superficie pittorica.

La scienza, molti secoli dopo la religione, si accorgeva di perdere il proprio dogmatico carisma; la fisica, in particolare, vedeva crollare l'assolutezza delle proprie leggi aprendosi all'indeterminatezza della quantistica. Nel mentre l'elettrone usciva dalla propria orbita per essere contemporaneamente in due diversi loci e la realtà rinunciava ad ogni schema, superava forme ed occupava spazi non-spazi, sarebbe stato possibile un futuro della pittura inteso ancora come disegno, forma e colore delle/nelle forme?

Sul tema molti artisti e - segnatamente - il nostro Klaus si interrogano e rispondono liberando il colore della pittura dai vincoli del disegno senza tuttavia rinnegare o abbandonare quest'ultimo ma lasciandolo invece sullo sfondo, come la mera rappresentazione di una possibilità dell'essere nel caotico e atemporale succedersi dei mondi del colore.

Le tipologie classiche della pittura europea, ed italiana in particolare (il ritratto, il paesaggio, la natura morta) gli spazi naturali e quelli architettonici vengono suggeriti da linee sottili ma quasi mai tenui, dietro ma comunque al di fuori dei confini dei colori della pittura. Colori essenzialmente diversi da quelli primari, utilizzati dall'arte astratta o dalla pop americana; osserviamo sulle tele di Klaus Karl Mehrkens colori che ricordano nebbie, passioni, incontri, abbandoni con qualche cenno a una disincantata ed aristocratica solitudine intellettuale. Ma, quel che più rileva è che l'opera pittorica di Klaus Karl Mehrkens ci conquista con lo stesso strumento seduttivo di tutta la pittura classica europea: il piacere.

Il piacere è quell'emozione (ex-motione) che ci spinge ad uscire da noi stessi, dai nostri confini corporei ed a superare i nostri limiti psichici e cognitivi.

In tal senso, il filosofo francesce Jean Luc Nancy, recentemente scomparso, afferma che nessuna mimesi diviene arte senza methexis, ovvero senza la compartecipazione del soggetto fruitore dell'opera attraverso quell' e-mozione che lo porta ad uscire dal proprio “en-soi”, traendolo attraverso il piacere sino a congiungerlo, in modo partecipativo e creativo, all'opera.

Tale sentimento è ben noto a quei collezionisti che non riescono a non acquistare (acquisire a sé) l'opera da cui sono “attratti”, ovvero a coloro che una volta acquisita l'opera, sono ad essa talmente legati da non potersene separare se non patendo il dolore di una perdita.

Le opere di Klaus Karl Mehrkens attraggono con il colore e ci legano con i segni forti ed indefiniti di figure scomposte ma non nascoste. Avvicinandosi ad esse, il piacere lentamente ma inesorabilmente ci assale; allontanandoci da esse lo stesso viene custodito nella memoria ed associato alla nostalgia.

Scritto da Giuseppe Simone Modeo

Giovane Collezionista, è laureato in Economia con una tesi sul legame tra Marketing ed Estetica. Si occupa, principalmente, del rapporto tra economia e creatività, intervistando personaggi del mondo dell'arte.