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La società della performance

L'arte è figlia di ciò: una bella forza sociale stratificata e multidirezionale, stimolata dall'economia, contaminata dalla tecnologia, elargita dalla comunicazione; in una comunità che oggi non può che riferirsi alla "società della performance". Nella società della performance, del risultato, della competizione, tutti si guardano intorno e pensano: «Quante cose fanno gli altri e quanto poco faccio io. Loro sono attivi, belli, vivi rispetto a me che sono passivo, brutto, morto dentro». E non vedono che anche i loro miti, i loro amici, i loro competitors vivono esattamente la stessa situazione, e così finiscono tutti correndo e concorrendo. Tutti, come pazzi verso il nulla. Questa società rende tutto commercializzabile: intorno a qualunque cosa è possibile creare un mercato, fare marketing, creare hype. Si scardina così la separazione tra attori e spettatori: siamo tutti performer. La società della performance fa sentire costantemente un senso di precarietà e competitività verso chiunque, e così facendo costringe a inventare ogni giorno nuove performance. La logica è minimale, tanto spregiudicata quanto pericolosa: instillare il bisogno dei bisogni. Ti trattiene in uno stato di ansia perenne, che tu sia famoso o aspirante tale. Ti fa percepire costantemente la tua precarietà, ti porta a vivere una grande esaltazione quando acquisisci consenso e a cadere nello stato opposto nel momento in cui la performance diventa passato, ossia a partire dal giorno successivo. E via, tutto da capo, che tu sia grande o piccolo, ognuno con i propri range, il proprio alto e basso su cui rimanere impigliato, ma da cui pontificare e/o lamentare. Nel suo celebre “A me stesso”, già Marco Aurelio scriveva di quanto tempo libero guadagni chi non stia a guardare che cosa il suo vicino abbia detto o fatto o pensato, ma si occupi solo delle proprie azioni, perché possano essere giuste e sante, o in armonia con la condotta di chi è buono. Scriveva di non badare a un cattivo carattere, ma correre dritto al traguardo. Non so se tutto questo si chiami ancora disumanizzazione, ma so che, oltre il pittoresco, l'aneddotico, il didascalico, adesso c'è la verità del rapporto esistenza/realtà. L'arte è adesso pura cultura, la cultura è idea, l'idea è linguaggio. Ma il linguaggio è vita e vivere significa tutto il resto, anche ciò che manca, che non si può definire, pensare, dire. Le parole, infatti, sono i nostri mattoni per dire il fare, sono estetica. Ma il loro valore corrente è la loro coerenza stridente, che si nutre costantemente delle eccezioni. Per dirla con una linguistica antropologica, nel mondo esistono “parole intraducibili”: concetti complessi raccolti in vocaboli unici che non esistono in altri idiomi. In lingua inuit iktsuarpok significa “il senso di aspettativa che ti spinge ad affacciarti ripetutamente alla porta per vedere se qualcuno sta arrivando”; in giapponese il termine tsundoku significa “impilare un libro appena comprato insieme agli altri libri che prima o poi leggerai”; in bantu la parola ubuntu significa “Io posso essere io solo attraverso di voi e con voi”. E perché questo è ancora fondamentale nell'epoca della globalizzazione? Perché globalizzare significa considerare, quindi inevitabilmente includere; e non può che essere così, poiché anche quando una realtà è minima non è trascurabile, per l'effetto più estremo della conoscenza: il criterio della specializzazione, che parte da una base ampia, generica, per giungere alla funzione determinata, alla particolarità, alla creazione di un ambiente, incontro alla logica dell'adattamento o perfino alla fenomenologia della singolarità...

Scritto da Giuseppe Simone Modeo

Giovane Collezionista, è laureato in Economia con una tesi sul legame tra Marketing ed Estetica. Si occupa, principalmente, del rapporto tra economia e creatività, intervistando personaggi del mondo dell'arte.